Raro libretto di fine '800 di Alessandro Foschini
IL CASTELLO DELLA FRATTA
NOTIZIE STORICHE
Agli Egregi Signori cav Leopoldo Gattai e Francesco Budini
Avendo nutrito desiderio di raccogliere per poi offrirvele onde le accogliate con la consueta vostra benevolenza, quelle maggiori notizie che riguardano il Castello della Fratta da Voi recentemente acquistato, mi è sembrato divisamente preferibile quello di pubblicare secondo l'originale esistente nel R. Archivio di Stato in Siena quella parte di manoscritto di Giovanni Antonio Pecci, erudito del secolo passato, nella quale tiene argomento di questo castello procurando di aggiungere tutte quelle notizie che si contengono negli scritti di coloro che delle Ville e dei Castelli senesi hanno tenuto parola.
La Fratta ha rinomanza per essere stata culla di Ghino di Tacco, figura di tipo spiccante del secolo XIII, e impossibile a ritrovarsi prima o poi fuori di quelle condizioni sociali, come giustamente osserva il Prof. Acquarone nel suo pregievole scritto: Dante in Siena.
Ma chi tentasse di ricercare le origini della Fratta e per quali cagioni prendesse questo nome, farebbe certo opera vana. Fin dal medioevo si disse fratta quell'insieme di sterpi e di roveti che vegeta spontaneamente nei luoghi incolti, e fratta si disse pure quella chiusa di palizzate e di pruni, dove gli antichi cacciatori facevano adunare le fiere scovate nei boschi, per farne più facile macello. Quindi, o dalla macchia o dalla chiusa, ongniuno può trarre a suo talento l'origine del nome.
La più antica memoria di questa Villa è del 1208; e se ne trova ricordo in una imposizione fatta dai Senesi, a tutte le terre sottoposte alla loro giurisdizione, per ristorare le esauste finanze del Comune dopo un'accanita guerra contro i Fiorentini e gli Aretini.
Dal confronto delle somme imposte ad altri piccoli Comuni, si può giudicare che la Fratta fosse luogo di poca importanza. Difatti troviamo tassato il piccolo Castello della Ripa in L. 30, il Castelluccio di Guardavalle in L. 40; mentre alla Fratta non si richiesero più di Lire dieci. Per altro la Fratta doveva essere circondata da mura, come un fortilizio, perché due anni dopo l'imperatore Ottone IV, confermandola in feudo con altri Castelli alla potente famiglia dei Cacciaconti, la indica con le parole di castrum Factæ: non l'avrebbe così chiamata se fosse stata altrimenti.
Dai Cacciaconti derivarono quei Monaceschi o Pecorari signori di Torrita, che pochi appresso prima troviamo padroni della Fratta. Costoro profittando dello stretto passo della Chiana, allora unica via che metteva in comunicazione l'Umbria con il centro della Toscana, par che si fossero dati al mestiere dei rubatori della strada; ma in mezzo a quello scadimento morale, in cui la forza veniva confusa col diritto, questo mestiere di taglieggiare e di spogliare per le vie i passeggeri e le carovane dei mercanti, non sembra che fosse del tutto tenuto per vile, perché era assai praticato da molti baroni e castellani di quella età. Anche la Repubblica di Siena, sia per vendette politiche, sia per catturare malfattori e nemici di guerra, si giovò dell'epoca dei signori della Fratta. Il Camarlingo del Comune, nel 1250, fece due pagamenti a Jacobino da Guardavalle e a Ugolino de Fratta per siffatti servizi.
Ma i due figli di Ugolino, Ghino e Tacco, vissuti tra le rapine e gli omicidi divennero ben presto superbi, arroganti e spregiatori della stessa Repubblica.
Una volta, nel 1270, citato Tacco al tribunale di Siena per aver ferito a morte Jacobino da Guardavalle suo compagno, egli si presentò; ma sentita la condanna, con irato animo se ne fuggì senza licenza, bravando e minacciando il Potestà e la Signoria. E ridottosi poi nel suo Castello della Fratta, cominciò insieme col fratello a commettere ogni sorta di scelleratezze contro gli uomini di Torrita e dei luoghi circonvicini, tanto che quelle povere popolazioni per lungo tempo non ebbero più sicure né le persone né le robe. In gran numero sono le condanne registrate nei libri pubblici contro i due fratelli. Qui basterà accennare che Ghino venne condannato a morte non meno di tre volte consecutive! Ma i due fratelli rimanendo contumaci, si ridevano dei senesi e delle loro condanne. Anzi la loro audacia giunse a tal segno che Tacco, una notte del 1285, insieme con altri sicari appiccò fuoco a tutto l'intero Castello di Torrita.
Allora i Governatori della Repubblica, perduta ogni pazienza, per far cessare tante ribalderie spedirono in Val di Chiana, un Connestabile con milizie a cavallo. Le quali affrontatesi con quei malfattori, dopo un lungo combattimento, poteron prendere Tacco prigioniero, che condotto indi a Siena, da Benincasa d'Arezzo fu fatto decapitare sulla piazza del Campo(1). Però Ghino prese vendetta del fratello; e saputo, qualche tempo dopo, che messer Benincasa era Giudice di Rota in Roma, portatosi colà uccise l'Aretin mentre in tribunale sedeva a render ragione, e partendosene tranquillamente co' suoi schierani, seco recò la testa dell'odiato nemico.
ALESSANDRO FOSCHINI. Siena 25 Giugno 1892
FRATTA
Detta La Fratta di Bettacchino in Val di Chiana
La Fratta, che presentemente non è altro che un villaggio o borgo di case, fu certamente terra murata, e vi risedeva il Podestà. È questa situata nella pianura della Val di Chiana, in sito fertile e abondante di raccolta di grani e biade d'ogni specie, poco distante dalla villa addimandata l'Amorosa, due miglia in circa dalla terra di Sinalonga, e quasi in eguale spazio da Torrita. Dalla parte di mezzogiorno e di ponente coprono la veduta non poco i monti di Sinalonga e del Monte Follonico, benché dal ponente alquanto scuopra le vicine terre di Sinalonga detta, di Scrofiano, Farnetella, e Rigo Magno; ma da settentrione gode in distanza un grazioso prospetto, e tutte le terre della Val di Chiana Aretina si presentano.
Amministra la giustizia civile e criminale in questa villa il capitano di giustizia di Sinalonga, e nello spirituale, 20 poderi che comprende la comunanza, di questi, 17 restano sotto la chiesa parrocchiale de' SS. Martino e Costanzo di Torrita, e gli altri tre sotto quella di S. Lucia, e rispettivamente della Pieve di Sinalonga, ma tutti nella diocesi di Pienza.
Non conserva vestigio alcuno d'antichità, perché molto bene si riconosce esser fabbriche tutte di moderna struttura, perché credo io essere state tutte rifatte da Mino Pannilini che nella metà del secolo XVI la possedeva, e di poi da' Gori, a' quali, dalla famiglia Pannilini fu, con obbligo di mantenere quel cognome, lasciata, ampliata, abbellita e ridotta nella maniera presente.
Non vi sono abitatori, se non mezzaioli e lavoratori de' campi, e dodici di quei poderi, nominati col nome ciascuno dei dodici Apostoli, formano tutto il villaggio; e trasportano tutte le loro messi per tribbiare e scioverare paglia e lolla in un'aia istessa.
Vi è il palazzo de' Gori (1) magnifico nella sua struttura, e molto capace nei suoi appartamenti, ma molto più nei fondi e stanze a terreno; per le quali con spaziosi granai, cellieri, cantine ed altri comodi, porge amplissimo ricetto alla conservazione del grano e del vino. Ricevé Fabio Gori l'onore, l'anno 1612, di trarre in questa villa a lauto pranzo il serenissimo Gran Duca Cosimo II con altri principi della serenissima Famiglia, e però a eterna memoria vi fece porre in marmo la seguente iscrizione.
Sereniss. Cosmum Med. Mag. Ducem IV Mariam Magdalenam Austriacam Uxorem, Christenam Lotharengiam Matrem, dun Etruscun imperium subditirum utilitate perlustraret, Francisco Med. eius dem Sreniss. Frate, alusque Princibus comitantibus, Fabius Gorius Pannellineus convivio quod potuit per eum splendidus hac sua Villula paravit, hilaris ac devutus excepit. IV Idus Octobris Anno Domini MDCXII, iem Fabius gratiae memo P.
Poco distante e quasi annessa a questa villa, vi è una decorosa cappella (1) dedicata a S. Giovanni, patrono della medesima famiglia Gori, e da essa mantenuto il cappellano per celebrarvi in ciascuna festa dell'anno.
In questa chiesa si mantiene ancora la tradizione, che quel Bartolomeo, chiamato Brandano, formasse un segno in modo di croce, e dicesse a quel popolo, rimando, all'uso suo, (non so se a modo di profetare o contadinesco di parlare) che si guardasse da' flagelli dell'ira divina, quando quella croce fosse stata dalla terra o dall'acqua ricoverta e occultata: che però Augusto Gori Pannilini, prestando fede alle dicerie del volgo, modernamente fece levare quel segno dalla muraglia esteriore e ne fece altro internamente collocare a destra entrando, tra la porta e una finestrella, sotto a essa croce con una pietra, colle seguenti parole.
Crucem Hanc, viator supplex, adora. Bartholomeus Carosi, vulgo Brandanus, huius, sacelli parieti afflixerat, sed fluviorum alluvione terra obratum e sua educta in scrobe alia simili ibi defixa hoc loco, publicae venerationi decentius exposuit Augustus Gori Pannilini A.D. MDCLXXXXVIII (1).
Dai documenti più antichi che si abbiano di questa villa, si viene in cognizione essere stata della nobilissima e antichissima famiglia della Valle, ma non per questo, che meno antiche ragioni vi avesse la repubblica di Siena, poiché fin dal 1208 in un documento(2) originale conservato nell'archivio dello Spedale apparisce, che, ritrovandosi i senesi nell'angustie di denari, elessero una deputazione di quindici soggetti, e questi nel reparto a tutte le terre suddite, imposero alla Fratta che contribuisse lire dieci. In esso istrumento è nominata la Fratta di Bettacchino che lo credo nome d'uomo e facilmente di signore del luogo, che non potea essere altri che uno della sopraddetto famiglia della Valle, come dai documenti appresso, molto più se ne deduce una tal conseguenza.
Ma questa famiglia della Valle, se non fosse un ramo della medesima famiglia Cacciaconti che particolarmente possedesse quella parte della Valle di Chiana, che poi, come dal seguente documento si ritrae, tutta si consolidasse nei Cacciaconti Ascialenghi e che di quel tempo, a distinzione di quest'ultima, ritenesse il nome della Valle non saprei altrimenti considerare, e che sia vero.
L'imperatore Ottone IV, con suo diploma(1) spedito nell'Abbadia S. Salvatore, dove si trattenne più giorni l'anno XIII del di lui regno, e primo dell'Impero, donò a Gualcherino, Gualfredi e Ubertino e a Forabraccio a Tebaldo di Fortebraccio e a Spadalonga nipote d'Ugone e a tutti i loro eredi in perpetuo, a titolo di feudo retto, confermò tutta la terra che già fu del Conte Gualfredi della Valle che esso teneva e riconosceva dall'Impero, e li investì legittimamente non solo nella medesima terra, come ancora d'altra terra che certi nobili possedevano (non dice quali fossero questi nobili) nel contado di Siena con i castelli ancora di Torrita, e con gli uomini dell'uno e dell'altro sesso e con tutte le ragioni e pertinenze a essi spettanti, siccome l'investì de' castelli della Ripa, della Fratta di Bettolle e di tutti gli altri castelli, che detto conte Gualfredi e suo padre già tennero cogli uomini, monti, piazze, vigne, campi, molini, selve, pascoli, prati, eccettuate però due cose, Fodro scilicet et ostilitio quali ossequi già detti nobili erano soliti prestare all'Impero e al suo nunzio in Toscana, per osservanza di quanto sopra impose, l'Imperatore, la pena di L. 100 di purissimo oro a chiunque avesse molestato i sopradetti conti Cacciaconti da detta investitura; e così volle che si osservasse in tutto e per tutto. Due punti al delucidamento della storia rilevo da questo diploma, che uni si è che l'Imperatore Ottone non solamente concedé, ma confermò il che maggiormente comprova, che il conte Gualfredi della Valle era della medesima famiglia Cacciaconti; e il secondo si è, che se egli investi de' soprannominati castelli, si dichiara essere eglino situate nel contado senese dunque torna benissimo il documento di sopra enunciato del 1208 che la repubblica di Siena sopra la Fratta vi aveva jus e però vi potea giustamente imporre gravezze(1).
Non si può altrimenti congetturare che fino agli anni 1271 fosse stata la Fratta terra di considerazione e murata, ma che venuta in declinazione in quell'anno, le fu tolta la residenza del podestà e molto più si deduce, che non solo per la resistenza di quell'ufficio, ma perché nelle deliberazioni del Consiglio è nominata colla voce Terra Fractæ, et non Villa, ant Burgus.
Erano certamente i signori Cacciaconti padroni della Fratta nel 1279, dei quali Tacco e Ghino figlioli del già Ugolino, dictus Ugolinus de Fratta tentarono muovere insidie contro gli uomini di Torrita, per impadronirsi di quella Terra, ma perché Torrita, in que tempo dipendeva da' comandi della Repubblica, pertanto il Senato ordinò che si ricercasse, dove i detti Ghino e Tacco avessero fatta adunanza di milizie, e così, usate le opportune diligenze, si rinvenne che in Arezzo avevano fatto ammassamento di truppe, laonde a Arezzo fu spedito ambasciatore, a ciò esponesse pregando quel Comune a non tollerare una cotanto dannosa adunanza in pregiudizio dei senesi; ma perché i senatori erano incerti, e non si potevano compromettere della volontà e disposizione degli aretini, furono nell'istesso tempo spedite milizie a Torrita per guardare e difendere quella terra coll'armi.
Colle diligenze usate calmarono per allora i senatori quel fuoco che era per nascere, ma non per questo cessarono Ghino e Tacco d'apportare alla Repubblica continue molestie, e tanto seguirono nella pertinacia loro, che finalmente Tacco caduto in potere del podestà di Siena, nell'anno 1285, lo fece decapitare. Sigismondo Tizio,(1) che ci somministra una tal notizia, scrive:
"Pretor Senensis cum jam aborte discordie et suspitiones fuissent, Taccum Ugolini filium, cui Torrita et Fractae parebant, capite eodem mense octobris plecti feci, sexta die."
Ucciso per mezzo della giustizia Tacco d'Ugolino, Ghino di lui figliolo, restato signore della Fratta, non cessava di continuamente tramare per rendersi più potente e più facoltoso, laonde per poter procedere all'esecuzione delle di lui mal concepite voglie, diede principio a fabbricare un nuovo castello tra Sinalonga e Guardavalle, ma i governatori(2) della Repubblica che vegliavano gli andamenti di costui, spedirono uno a posta per riconoscere la verità del fatto, con intenzione, che ritrovando non essere mendace l'avviso, gli fosse ordinato desistere, e così appunto seguì, e dichiararono Ghino inobbediente, perpetuamente ribelle. Per lo che obbligato Ghino di Tacco a partirsi dal dominio senese, armato e associato da amici e compagni andò alla volta di Radicofani e riuscigli occupare quella terra che allora per la Sede Pontificia si riteneva e Benvenuto da Imola, che commentò Dante scrisse -
"Fuit de nobilibus de Fracta (che è vero, e non de' Pecorari signori di Torrita, come scrive il Tommasi nella Storia Sanese, Parte 11, Lib. VII a. 93) comitatus "Senarum, quì expulsus viribus Comitum de S. Flora (quì s'inganna Benvenuto, perché convenne a Ghino partirsi dalla Fratta per le ragioni) occupavint Castrum nobile Radicofani contra Papam."
Giacché dunque mi sono internato a dar contezza di Ghino, non mi pare fuor di proposito dell'assunto intrapreso di trattare della Fratta, perché il medesimo Ghino ne fu signore. E perché il sopra citato Benvenuto da Imola(1) è scrittore vicinissimo a' tempi di Dante, essendoché morì nel 1374, seguirò a riferire quel tanto che in questo proposito esso descrive. Dà dunque Benvenuto una sincera idea delle qualità, costumi, e persona di Ghino, e dice -
"Lector, volo, quod" scias, quod iste Ghinus non fuit ita infamis, ut aliqui scribunt, quod fueritmagnius sicarius et spoliator stratarum. Iste namque Ghinus Tacchi fuit vir mirabilis, magnius, membratus, niger pilo et carne fortissimus, ut Sceva levissimus ut Papinius cursor prudens et largus. (Segue il commentatore e descrive che occupò il castello di Radicofani, come ora si è descritto, e poi prosegue.) "Et cum suis famulis manipularis facebat multas et magnas predas, ita quod nullus poterat ire tutus Roma, vel alio per partes illas. Sede fore nullus incurrebat in manus eius, qui non recederet contentus et amaret et laudaret eum. Et audi morem laudabilem in tali arte latrocinandi. Si mercator erat captus, Ghinus esplorabat placabiliter, quantom ille poterat sibi dare et si ille dicebat quingentas aureos, auferebat sibi trecentos, et reddebat dugentos, dicens, volo quod possis negotiare et lucrari. Si era unus sacerdos dives et pinguis, auferebat sibi mulan pulcram et debat ei unum tristem roncinum et si erat inus scholaris pauper vadens ad studium, donabat sibi aliquam pecuniam, et exhortabat ipsum ad bene agendum, et proficiendum in scientia. Et certe si iste nobilis Ghinus numquam fecisset aliud laudabile, nisi quod tam egregie medicavit Abbatem Cluniacensem delicatissimun et ditissimum, et curavit optime a morbo stomachi, proquo ibat ad Balnea cum superbo apparatu gallico, ut pulcherrime scribit vir placidissimus Boccaccius de Certaldo sermone materno in libro suo, qui divcitur Decameron, satis esset laudatus. Sed ut cito venian a propositum, accidit semel, quod quidam frate Ghini captus adiudicatus est suspendio per predictum Iudicem Benincasam de Aritio, qui erat tunc assessor in civitate Senarum, sed times ferocitatem Ghini, finito officio, factus est auditor Pape ut sic tutior esset. Cum autem sederat semel pro Tribunali ad bancum in Sala in qua erant milia personarum, ecce Ghinus Tacchi incognitus, velut Scevola magis timendus, quam timens invasit eam mirabiliter alias teribiliter et gladio transfossum praecipitavit ab alto, et fu gins evasit transiens velut fulmen ardens per medium turbarum, et hoc est quo dicit Poeta, nonc de Benincasa.
...che dalle braccia
Fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte.(1)
Et nota, quod ipse Ghinus habuit mortem violentam ad alio. Nam papa Bonifacius (era Pontefice Bonifacio VIII) magnanibus, audita natura mirabili istius hominis, relato et rogato prefati Abbatis Cluniacensis misto pro co, et petivit, quare tam nobilis animus sic sec inonestabat arte praedandi, que Ghinus respondit Pape Bonifcio: quod exercebat artem rapine ut posset uti virtute liberalitatis. Tunc Bonifacius videns quod istut erat vitium fortunae, non animi, fecit eum militem S. Johannis, et dedit ei magnum beneficium, quo posset facere magnificentam. Semel autem stans ad Asinalonga in Comitatu Senarum inermis, invasus a multis aematis, proditer pugnas interfectus est. De quo audiri illad mirabile, quod scriptum est de Cesare, sicilicet, quod omnes percussores eius in brevi mala morte obierunt. Ideo forte Dantes nominat eum heic, ut ponat eum salvum. De homine isto plura non dico de quo posset fieri tragedia."
Di questo celebre Ghino di Tacco, oltre agli scrittori disopra nominati che non considerando tra essi Benvenuto da Imola, tutti malamente lo fanno della famiglia Monaceschi de' Pecorai da Torrita, si hanno con molta varietà e confusione i fatti perché il Tommasi, la giustizia eseguita nella persona di suo fratello Tacco la pone seguita nel 1280, e accorse nel 1285 e che in quel tempo era podestà Guido de' conti Ghuidi. Il padre Ugurgeri nelle Pompe Senesi, segue il Tommasi e con la medesima varietà viene riportato tutto il narrato dal Fulgoso e dall'Astolfi.
Non ho ritrovato fino a quanto tempo possederono i Cacciaconti la Fratta: bene è vero che nel 1468 di già era passata in altre mani. "Mag. domini Buccius, Bindus et Marcus Antonius q. domini Salvatoris Buccii de Senis domini Casalis in provincia Terra Otranti, vendiderunt Simoni et Mino Petri Mini Pauli Pannelini possessiones Fractae pro florenis 2000 gigliatis."(1) Da' Pannelini fu lasciata a' Gori come sopra si è detto, da questi ancora si possiede.(1) Ma perché si trovava troppo aggravato dalle tasse delle Rocche (fino alla somma annua di lire 70,11,4 ) l'anno 1566 fu sgravata e ridotta detta tassa a sole lire 40; ma è tassata a pagare ai Conservadori per gli uomini d'arme scudi 21; e per l'anno censo all'Opera del Duomo in sole lire tre e soldi dieci.
Alessandro Foschini, Il Castello della Fratta - Notizie storiche (Siena 1892)
Riedizione: Edizioni Luì
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